Nicholas Tolosa. Ballata per gli ultimi

 

                   Alta sui naufragi dai belvedere delle torri china e distante sugli elementi del disastro
                   
dalle cose che accadono al disopra delle parole celebrative del nulla lungo un facile                       vento di sazietà di impunità...

 

                                                                                    (Fabrizio De André, “Smisurata preghiera”)

 

 

 

Occhi. Aperti sul baratro, lo spazio drammatico della quotidianità dell'eterno ritorno, il reiterarsi della stessa trama senza mai poter dire di riconoscerla o che sia la stessa. Maschere. Imperturbabili e statiche nella loro isola di vita organizzata, lo sguardo vuoto su un mondo alla deriva, estraneo a ciò che accade, che è accaduto, che accadrà. Occhi e maschere: sono il rituale del racconto impossibile dell'esistenza che, ossessivamente, Nicholas Tolosa scrive su tela o canapa con la forza del bianco e nero esaltato dalla vibrante, liquida tavolozza di grigi carnali come cromie accese. Orgogliosamente pittore figurativo, il giovane ebolitano trapiantato nel cosmo-caos metropolitano di Napoli, declina l'arte dall'altra parte della barricata, nella convinzione profonda  – e certo per un emergente scomoda - che la nuova dimensione estetica non debba obbedire al mercato ma farsi etica, resistente e riesistente, motore attivo del cambiamento delle coscienze. Con pennellate decise dà vita al suo teatro dei “minores”, bambini, vecchi, donne, emarginati, sconfitti, sfruttati, umiliati e esclusi, poveri cristi in attesa di riscatto che trovano voce nella sua lotta per i giusti contro le inesauribili mostruosità del mondo, le meschine ambizioni dei potenti, i conflitti, l'omertà sul male, il sopravvivere a costo dell'altro. Opere come un urlo, quelle di Tolosa, un affresco doloroso per accendere gli animi, invitare alla riflessione, stimolare la memoria troppe volte pessima allieva della storia. Non è un osservatore della realtà seduto sulla soglia dell'orrore Nicholas. E', al contrario, totalmente coinvolto nel voler dare dignità a chi è ai margini, nel combattere le diseguaglianze, mettere l'accento sul disagio, ribadire che la diversità è invenzione di millenarie paure; ogni quadro nasce da un'intima emozione - un gesto urgente e necessario per tirare fuori le emozioni di chi guarda - innesca un cortocircuito sentimentale di partecipazione e condivisione. Lo fa, per citare Patrizia Fiorillo, uno dei primi critici che si è avvicinato all'arte di denuncia di Tolosa, con “la seduzione delle immagini”: ritratti e ambientazioni come fotogrammi tragici, figure stilizzate, aguzze come il dolore, taglienti come la rabbia che provocano, lame sottili che scardinano il muro dell'indifferenza e dell'odio. Vite rubate, infanzie negate, minoranze schiacciate, genocidi, il popolo senza nome dei  clochard, i dimenticati, i rinnegati. Occorre schierarsi: è la coordinata che Tolosa, profeta dell'amore, ci  affida come atto di responsabilità per la costruzione di una comunità della “buona novella”; la bussola per intraprendere un viaggio controcorrente sulla rotta dell'impegno è la sua meravigliosa, solidale “Ballata per gli ultimi”, quel suo dipingere sentimenti modulandoli sulla stessa intensità  poetica di Fabrizio De Andrè, il cantore degli oppressi il cui messaggio, a vent'anni dalla morte, è ancora di pregnante attualità. E' una “smisurata preghiera” laica, quella di questo artista veggente e combattente, un canto amaro ma avvolto di speranza per un domani migliore: icona una mamma che dolcemente culla il figlio appena nato, affidandogli il sogno della primavera dell'umanità.